Secondo uno studio realizzato dagli esperti previdenziali del patronato Inca, rispettando l’attuale legge che impone un tetto massimo annuo di utilizzo dei ticket pari a 7.000 euro, a 70 anni un lavoratore pagato a voucher potrà contare su un assegno mensile di 208,35 euro, quasi la metà di quello del titolare di partita Iva (402,52 euro), più distante dall’importo che percepirà il collaboratore (526,15 euro) e dalla pensione del lavoratore a part-time (528,89 euro). Se poi il dato del percettore di voucher viene raffrontato con quello degli agricoli, la differenza diventa rilevantissima: l’agricolo avrà una pensione di 1.019,98 euro, con una distanza rispetto al voucherista pari a 811,63 euro mensili.

Con i #ReferendumLavoro la Cgil chiede che i voucher vengano completamente aboliti. I voucher sono ormai di fatto uno strumento malato di sommersione e precarizzazione del lavoro: uno o due voucher servono per “coprire” un’intera giornata di lavoro ed anche più, evitando controlli e pertanto favorendo, non ostacolando, il pagamento in nero. L’alternativa all’abrogazione dei voucher non è affatto il lavoro nero. La Cgil ha una proposta chiara contenuta nella Carta dei Diritti Universali del Lavoro: il lavoro occasionale va normato con uno strumento di natura contrattuale che assicuri pienezza contributiva, previdenziale e assicurativa.
Leggi sul sito dell’Inca nazionale l’approfondimento sul dossier presentato il 28 febbraio a Roma

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