Alla Ovs di Bologna essere genitori non è di moda

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La Ovs Spa, la più grande catena di abbigliamento in Italia con centinaia di punti vendita e migliaia di dipendenti, un colosso quotato in borsa, cade sui diritti, i diritti dei genitori–lavoratori. Sono mesi che assistiamo ad uno stillicidio di episodi in cui i genitori-lavoratori, in diversi negozi OVS bolognesi, si trovano a veder negati i propri diritti e la possibilità di conciliare il lavoro con la cura dei figli.
Non siamo in presenza, nella maggior parte dei casi, di formali violazioni contrattuali, facilmente sanzionabili, ma dell’utilizzo in termini vessatori delle lacune che la normazione presenta: turni disagiati al ritorno dalla maternità o dalla “malattia bimbo”; negazione del part-time post-marternità; obbligo di lavoro in tutte le domeniche e i festivi; negazione dei permessi retribuiti; forzato allungamento dei tempi per richiedere i congedi parentali

In alcuni frangenti, invece, si sfocia in veri e propri comportamenti persecutori volti ad isolare il lavoratore dal gruppo e fargli “scontare” la colpa di essere genitore. Comportamenti sui quali siamo dovuti intervenire in maniera formale.

Le vittime di tali azioni sono principalmente donne, ma non solo, perchè a scontrarsi con l’esigenza di flessibilità aziendale è il fatto stesso di esser genitori e di avere una vita oltre il posto e l’orario di lavoro.
L’Ovs, solo sulla piazza di Bologna, ha 7 punti di vendita con diverse decine di lavoratori, per cui facilmente potrebbe riuscire a conciliare le esigenze di organizzazione del lavoro e dei presidi con le istanze di cura della famiglia dei suoi lavoratori, ma preferisce trincerarsi dietro burocratiche letture notarili dei testi contrattuali, per altro in molti casi con interpretazioni forzate a proprio favore.
Nei casi più gravi, abbiamo aperto un’interlocuzione con la Direzione aziendale, che tuttavia ha derubricato sempre gli episodi a mere iniziative personali dei singoli Capo Negozio. Per noi esiste, quindi, un filo rosso che lega tutti i casi e che ci fa presumere che ci sia una volontà aziendale. Non si tratta, però, solo di una vertenza sindacale, ma di una questione culturale, di civiltà.

L’Ovs, poi, non è un unicum nel panorama della grande distribuzione organizzata: situazioni similari le riscontriamo in tutte, o quasi, le aziende del settore. I lavoratori del commercio, a seguito della liberalizzazione degli orari che permette di tener aperti sempre i punti vendita, devono essere disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno. E questo è incompatibile con lo status di genitore, per cui sempre più spesso ci si trova a scegliere fra cura della famiglia e lavoro, con l’espulsione del lavoratore dal mercato del lavoro.
Risultano, quindi, pressoché nulli gli effetti dei vari provvedimenti legislativi volti a conciliare i tempi di vita e di lavoro, da ultimo il tanto sbandierato decreto del Job’s act, rubricato proprio con questo titolo “Misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro” (Dlgs. 80/2015), perchè le aziende si sentono libere (e nei fatti lo sono sempre più) di discriminare un lavoratore solo perchè vuol curare la propria famiglia.
Altro che “Fertility day”, oggi un lavoratore del commercio deve scegliere se tenersi il lavoro o essere genitore!
Se i diritti non sono di moda in OVS, dovremmo rinunciare alla moda di OVS.

per  Filcams-CGIL di Bologna
Stefano Biosa